Pubblicato il: martedì 4 Agosto, 2020
La storia di Vincenzo Capizzi

MALETTO (Ct) – Lo zafferano, l’oro rosso di Sicilia coltivato sull’Etna

MICHELE LA ROSA – In molti lo chiamano l’oro rosso di Sicilia, ma non tutti sanno cos’è e non tutti sanno che la nostra isola vanta una storica tradizione ed una significativa produzione. Lo zafferano è la spezia più cara del mondo. L’Italia è uno dei più importanti produttori della costosa spezia. L’Iran vanta in assoluto la più elevata produzione di questo “oro” profumato:fornisce addirittura il 90% dello zafferano mondiale. Nella cucina italiana è ormai una delle spezie più usate. Lo stesso zafferano è impiegato nell’industria tessile e conciaria per tingere la pelle e i tessuti, è anche un vero e proprio concentrato di proprietà benefiche per l’organismo. Ma per avere un chilogrammo di zafferano occorre raccogliere manualmente circa 170.000 fiori,per fare un esempio concreto, la resa in zafferano di 2000 bulbi si attesta intorno a 40 grammi; per ottenere un grammo di zafferano, in sostanza, sono necessari dai 180 ai 200 fiori. In Italia si producono circa 600 kg di zafferano l’anno, principalmente in Abruzzo e in Sardegna, ma il consumo di questa spezia è molto più elevato, per cui vi sono sperimentazioni in atto in aree diverse . Le coltivazioni di zafferano DOP più famose sono quella nel territorio de L’Aquila e quella sarda del medio campidano, ma si ricorda anche lo zafferano di Cori, un comune dell’Agro Pontino, in provincia di Latina. In Sicilia è sopratutto diffuso in provincia di Enna, ma negli ultimi anni anche sull’Etna diverse aziende si stanno cimentando in questo settore. Ed è proprio sul vulcano che andiamo a conoscere uno di questi produttori per farci raccontare la sua esperienza che rappresenta pure una scelta di vita.”L’idea e l’azienda in sé nascono da me appassionato fin da piccolo di natura, montagna e attratto da sempre dalla coltivazione dei prodotti più variegati. Dopo il diploma ho iniziato la mia esperienza lavorativa come magazziniere in un magazzino a Catania, perdendo quasi completamente il contatto con la natura. Proprio per questo, durante questa esperienza, iniziai a pensare, progettare, studiare… al fine di poter tornare nel mio paese, Maletto, e realizzare qualcosa lì. Qui i terreni hanno caratteristiche particolari, alcune proprietà date in primis dalla presenza dell’Etna che regala terreni lavici ricchissimi di sostanze organiche, minerali ecc. Da aggiungere che in zona non ci sono mai state coltivazioni intensive e da questo ne deriva una vasta estensione di terreni fertili e non sfruttati ” – racconta Vincenzo Capizzi, Così, nel gennaio 2020 nasce ufficialmente l’azienda Zafferano dell’Etna. Azienda sorta nel cuore del Parco dell’Etna a quote abbastanza alte e atipiche per la coltivazione di zafferano raggiungendo pure quota 1000 metri sul livello del mare. “La differenza con altri tipi di zafferano sta proprio nel terreno di produzione, terreno lavico che riesce a conferire alla spezia sostanze organolettiche particolari e uniche.Durante la coltivazione e la lavorazione del prodotto non viene usato alcun prodotto chimico (pesticidi ecc.). Per me è fondamentale preservare e non sfruttare la terra, è per questo che le lavorazioni del terreno vengono mantenute superficiali: questo permette di non andare ad intaccare i diversi strati di terra e sconvolgere così il suo equilibrio. Solo due fioriture vengono realizzate nello stesso terreno, per poi lasciarlo riposare; successivamente viene anche reintegrato con sostanza organica: letame e sovescio ( coltivazione di leguminose, macinate nel terreno che ci consentono di rilasciare altra sostanza organica). In questo modo i terreni del nostro zafferano sono sempre produttivi e mai sfruttati. Anche attraverso le confezioni del prodotto è estremamente chiaro il legame a questo territorio, quasi incontaminato. Le scatole che contengono il barattolo in vetro (essenziale a mio avviso per la spezia) sono state realizzate utilizzando i nostri stimmi di zafferano direttamente poggiati su vera pietra lavica, questa recuperata personalmente durante una delle mie ultime escursioni ai crateri sommitali.” conclude Vincenzo Capizzi.

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